Geodiversità

di DOLOMITI PROJECT

Il progetto di collegamento fra la Val Boite e la Val Fiorentina attraversa il sistema n.1 “Pelmo-Croda da Lago” del Bene Dolomiti Unesco. Le Dolomiti sono state iscritte nella World Heritage List, come bene naturale seriale secondo il criterio estetico-paesaggistico e quello geologico-geomorfologico; questi due criteri sono qui tanto intimamente legati da risultare difficilmente scindibili e solo se considerati assieme concorrono a definire l’eccezionalità a scala globale del Bene. Per questo possiamo senza indugio affermare che l’area dolomitica è stata riconosciuta come un’icona mondiale della geodiversità. Questo termine, nuovo alle nostre orecchie, ma sempre più diffuso su scala mondiale come plus-valore di un territorio (anche a fini promozionali-turistici), indica il “ link tra persone,  paesaggio e  cultura: la varietà degli ambiti geologici, delle componenti, dei fenomeni e dei processi che li costituiscono e che si esplica nella varietà di forme rocciose, dei minerali, dei fossili e dei suoli che forniscono l’intelaiatura della vita sulla terra” (Stanley – 2001).

Nell’ambito del Bene Dolomiti Unesco il sistema Pelmo-Croda da Lago ha la sua specificità, dovuta  a caratteristiche morfologiche, geologiche ma anche di percezione di paesaggi naturali e culturali come confermano le parole di Cesare Lasen e del Prof. Guerreschi. Specificità che lo rendono definito, distinguibile, immediatamente identificabile rispetto agli altri 8 sistemi che costituiscono il Bene  e quindi GEO-DIVERSO su scala mondiale, unico ed inimitabile.

Allungato in direzione nord sud, dal Passo Giau al M. Penna, questo territorio è uno scrigno che racchiude gioielli molto diversi: dai potenti massicci carbonatici del M. Cernera, dei Lastoi, della Croda da Lago e del M. Pelmo e M. Penna con pareti svettanti, guglie, creste affilate, torrioni, e altopiani lunari, ai paesaggi più morbidi, enigmatici e verdeggianti del Mondeval de Sora e de Soto, del Corvo Alto fino al Col della Puina, impostati su rocce scure di origine vulcanica. Una strabiliante varietà morfologica che riflette l’incredibile storia geologica di queste montagne e gli eventi che le hanno plasmate.

Questo territorio, infatti, nonostante sia attraversato da importanti lineamenti tettonici (Linea Selva Antelao, passante proprio nelle vicinanze del tracciato di progetto)  mostra una successione di strati  praticamente indisturbata e incredibilmente continua spessa più di 2500 metri. A partire dalle rocce anidritiche e gessose del Permiano sup.(260 milioni di anni fa – Cernera basso) fino ai potenti banconi del Giurassico inf. (185 milioni di anni fa –  M. Pelmo sommitale), il sistema 1 offre al mondo un romanzo tridimensionale che descrive quasi 100 milioni di anni di storia con inusuale dovizia di particolari.

La complessa e varicolore successione rocciosa ricca in fossili (dalla Fm del Werfen alla Fm di Contrin), affiorante nella parte bassa del M. Cernera, è ad esempio di riferimento a scala mondiale per la stratigrafia Anisica (245-237 milioni di anni fa); tassello fondamentale per comprendere le complesse risposte dei sistemi terrigeno-carbonatici alle variazioni del livello marino.

Le dolomie grigio bianche massicce (Formazione dello Sciliar) della parte mediana e sommitale del monte, invece, rappresentano un piccolo “atollo tropicale fossile”, perfettamente preservato,  edificato dall’incessante lavoro di spugne, alghe, coralli (organismi biocostruttori).

Spostandosi dal M. Cernera si osserva in modo impareggiabile come 232 milioni di anni fa, nel Ladinico, questo paesaggio idilliaco venne radicalmente trasformato da un evento tanto improvviso quanto catastrofico: nell’area dell’odierna Predazzo-Monzoni e di Cima Pape si attivarono due vulcani che eruttarono enormi quantità di materiale inquinando le limpide acque del mare tropicale favorendo la morte degli organismi costruttori.

Questo momento drammatico della storia dolomitica è testimoniato in modo  esemplare sia dalle scure rocce basaltiche di Forc. Giau che si appoggiano lateralmente (in on lap) sul bianco paleo pendio sottomarino orientale del M.Cernera che dalla potente successione di rocce vulcaniche del Corvo Alto  del Mondeval de Sora e de Soto fino al Col della Puina.

Ma non è finita! Le dolomie massicce e stratificate grigio-arancio (Dolomia Cassiana) dei Lastoi de Formin, delle Rocchette e del M. Penna e gli strati sottili giallastri fossiliferi che affiorano alle loro pendici (Fm di San Cassiano), raccontano in modo eccezionale di come gli organismi bio-costruttori, a termine dell’evento vulcanico, ripresero prepotentemente a costruire una seconda generazione di scogliere.

Come per magia le architetture originali sia degli atolli pre che post-vulcanici  sono giunte fino noi perfettamente preservate offrendoci l’incredibile occasione di sperimentare fisicamente la vecchia geografia di quei mari e di quelle isole: il Cernera, i Lastoi, le Rocchette e il Penna  si ergono ancora diverse centinaia di metri dai pascoli, come facevano un tempo dai fondali di antichi mari tropicali.

Infine le pareti fittamente stratificate di dolomia chiara del M. Pelmo e della Croda da Lago (Dolomia Principale) ricche di megalodonti, indicano un’area dolomitica a geografia più omogenea: una grande e piatta laguna tropicale simile a quella delle Bahamas, in cui camminavano i primi dinosauri.

Alcune delle località fossilifere più importanti delle Dolomiti e del mondo sono custodite in queste montagne: fra le tante ricordiamo le impronte di dinosauro rinvenute sul Pelmetto e sui Lastoi e le antichissime ambre del M.Penna.

Dal punto di vista geomorfologico, oltre alle straordinarie morfologie strutturali che dipendono dall’azione selettiva degli agenti erosivi su litotipi differenti, vanno ricordati gli splendidi esempi di forme glaciali, periglaciali, gravitative e torrentizie. In particolare la zona del Mondeval de Sora e de Sotto è caratterizzata da numerosi argini morenici Tardoglaciali con bellissimi esemplari di massi erratici (sepoltura del Mondeval), e da diffuse forme da geliflusso (rockglacier, nivomorene, lobi). Si tratta si utilissimi indicatori paleo-climatici, che incrementano i dati relativi agli studi sui cambiamenti climatici in generale (area di studio ormai ritenuta strategica da molti paesi sviluppati).

L’assetto idrogeologico è molto complesso e fragile (come già detto da Cesare Lasen) perché riflette la complessità dell’assetto litostratigrafico che vede la continua alternanza di acquiferi carsici e permeabili (rocce carbonatiche) e di altri arenacei e argillosi più impermeabili.

Molto diffusi i fenomeni di frana: crolli e scivolamenti lungo fratture prevalgono sulle pareti carbonatiche (calcari e dolomie) producendo  blocchi di dimensioni anche gigantesche. Ad eccezion fatta delle grandi paleo frane del Pelmo (rock avalanche di Mareson e di Palafavera), questi fenomeni non implicano quasi mai ingenti volumi di materiale pur essendo molto rapidi e quindi difficilmente prevedibili.

Dove invece prevalgono litologie a comportamento duttile (argilloso-arenacee bacinali sottilmente stratificate), come nella zona ai piedi delle Rocchette su cui dovrebbero impostarsi parte degli impianti, i dissesti sono per scivolamento rotazionale e/o per colamento: si tratta di tipologie di frana a evoluzione  più lenta ma che interessano areali più estesi quindi più difficilmente mitigabili.

Nonostante in questa breve sintesi molte particolarità siano state trascurate, emerge chiaramente la notevole geodiversità di questo territorio. Non a caso molti studiosi, ricercatori e appassionati lo scelgono da molto tempo come laboratorio a cielo aperto ideale per imparare a leggere la storia della terra e i fenomeni che concorrono a mutarla. Non a caso l’Unesco la considera degna di essere iscritta nella World Heritage List.

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