UNESCO

IMPIANTI DI SCI FUORI DALL’UNESCO

Micheletti: «Ci sono forme diverse di turismo, in Alto Adige e in Friuli»

di Marcella Corrà

Dicono i favorevoli al collegamento sciistico tra San Vito e Pescul: guardate cosa fanno in Alto Adige, lì non si creano troppi problemi, dove ci sono da fare impianti di risalita, li fanno.  E’ proprio così? Ed è quello degli impianti l’unico modello di sviluppo turistico per le nostre montagne?  La partita di San Vito, sempre che proceda oltre il semplice studio di fattibilità attuale, si intreccia con il riconoscimento Unesco delle Dolomiti, che vedrà la sua prima verifica tra qualche mese. La costruzione degli impianti va a cozzare con il riconoscimento e se dovessero essere davvero realizzati anche per stralci, la zona interessata (ed è l’ipotesi più ottimistica) potrebbe essere stralciata dalle aree riconosciute come patrimonio dell’Umanità.  «Una delle possibili conseguenze – ipotizza Cesare Micheletti – è che l’area venga ridotta al solo Pelmo. Nella stessa zona, d’altra parte, in una fase iniziale della candidatura Unesco c’erano anche Averau, Nuvolau e passo Giau. Venne la commissione Unesco in sopralluogo e li portammo sul passo Giau. Durante la visita i valutatori ritennero che la presenza della strada costituisse un pericolo per l’integrità dell’area, e tutta quella zona venne esclusa».  Cesare Micheletti se ne intende di Dolomiti Unesco. E’ uno dei tre esperti che ha messo a punto il dossier della candidatura, insieme a Piero Gianolla, dell’Università di Ferrara e a Mario Panizza, dell’Università di Modena e Reggio Emilia. Micheletti è trentino, architetto paesaggista e membro della Presidenza nazionale dell’Associazione italiana di Architettura del Paesaggio.  Nel sito Dolomiti Unesco sono compresi solo tre impianti di risalita, la funivia della Marmolada, quella che porta a Cima Rosetta nelle Pale di San Martino e la funivia della Tofana. Molto si è discusso attorno alla Marmolada. Comprenderla o non comprenderla, vista la presenza delle piste, dello sci sul ghiacciaio e appunto della funivia?  Spiega Micheletti: «Gli impianti di Rosetta e Tofana sono di puro arroccamento, non servono piste e non sono neppure aperti tutto l’anno. La discussione attorno alla Marmolada è invece emblematica di quello che potrebbe essere l’atteggiamento Unesco sulle aree sciabili. Premesso che è difficile pensare a un riconoscimento Unesco alle Dolomiti senza la Marmolada, la montagna è stata mantenuta all’interno delle aree riconosciute in virtù di un progetto (trentino) di riorganizzazione complessiva di tutta l’area, di una razionalizzazione degli impianti, di una revisione delle piste. E soprattutto si è ragionato in prospettiva. E cioè: quale futuro ci sarà per lo sci, nel caso specifico in Marmolada, tra dieci, venti o trent’anni? Lo sci estivo non si pratica più e quello invernale risentirà della prevista riduzione del ghiacciaio. Quindi la funivia potrà avere sempre di più un ruolo divulgativo, di conoscenza del territorio, di accessibilità ad un Patrimonio che è dell’Umanità».  Micheletti porta l’esempio del trenino della Jungfrau, sulle Alpi Svizzere, che porta in quota oltre 500.000 persone all’anno. Pur essendo al centro di un sito Unesco, è accettato per la divulgazione, la conoscenza scientifica (conduce ad un osservatorio astronomico) e la promozione dei valori Unesco che esso porta con sè.  E dunque il collegamento San Vito – Pescul, come può essere considerato dall’Unesco?  «Se si fa una valutazione comparata, tra le aree comprese e quelle non comprese, direi che il carosello sciistico previsto assomiglia molto di più ad alcune aree dolomitiche che sono state escluse. C’è una sola conclusione, di tipo assolutamente scientifico, che posso trarre: quel tipo di impianto non incontra il requisito dell’integrità del paesaggio che è uno degli aspetti fondamentali grazie a cui abbiamo ottenuto il riconoscimento».  L’Unesco sta bene attento a quanto accade nei siti riconosciuti o sotto esame. La città di Dresda, dopo la costruzione di un ponte, è stata cancellata dall’elenco. Le isole Eolie sono state messe nella “lista rossa” a causa di una serie di inadempienze, anche se ora ne sono uscite.  Ma l’Unesco, come detto e ribadito in tutte le occasioni, non mette vincoli, non pone nuove tutele, non frena le decisioni delle comunità locali. Può solo decidere se esse siano compatibili con i principi che sono alla base del riconoscimento che concede.  Tutela contro sviluppo, dunque? Dipende come sempre dal tipo di sviluppo. E si torna dunque alla domanda iniziale. Fare come in Alto Adige. «L’Alto Adige – spiega Micheletti – negli anni 80 si è dotato di un piano urbanistico che ha puntato al mantenimento dei valori paesaggistici del territorio: ha rinforzato le infrastrutture per il turismo attraverso la presenza degli alberghi mentre ha bloccato completamente le seconde case. Oltre il limite dell’abitato non si è costruito nulla. Il Trentino ha seguito questa strada dal 2005, quando si è dotato di norme per regolamentare il fenomeno della residenza per vacanze.  Dalla parte opposta, il Friuli ha scelto un altro tipo di turismo, in cui le infrastrutture sono meno presenti, e ha ricercato dei modelli alternativi: penso al caso dell’albergo diffuso di Sauris, che ha dato una risposta efficace al problema dell’abbandono. Ma sempre sul fronte degli impianti, vorrei citare il caso dell’Alpe di Siusi, dove un impianto ha tolto completamente il traffico turistico. Si pensava che senza le auto l’Alpe di Siusi sarebbe morta, è invece una delle poche zone in attivo. E chi guarda a Bolzano, dovrebbe sapere che di recente è stata bloccata la costruzione di un impianto e di una pista sulle pendici del Catinaccio. Ci sono modelli di sviluppo non tradizionali, innovativi, a cui bisognerebbe guardare, piuttosto che cercare di copiare quello che è stato fatto venti o trent’anni fa, e che dovunque si sta riconsiderando».  Il tratto più caratteristico dello sviluppo turistico bellunese degli ultimi decenni è invece dato dalle seconde case. «Le seconde case portano soldi immediati alle casse dei Comuni, ma quelle case restano per sempre. E anche i costi che comportano restano per sempre: manutenzione di strade, di acquedotti, di fognature, di servizi. Alla fine ci sono più spese che introiti. Una amministrazione, sia comunale che provinciale, non può ragionare in termini di breve periodo, ma di medio e di lungo periodo».  Probabilmente uno degli scopi del collegamento previsto tra San Vito e Pescul è arrivare ad essere collegati al grande circuito sciistico del Civetta e quindi del Dolomiti Superski, ossia al più grande carosello delle Alpi, una ricca tavola imbandita a cui San Vito vorrebbe partecipare. «Anche qui, servirebbe un po’ di prospettiva», conclude Micheletti. «Il payoff del Dolomiti Superski da quest’anno è “fermati e guarda”. E’ un invito che mette in luce una prospettiva diversa di turismo: uno sviluppo che non si basa solo sulle portate orarie o sulle piste, ma sulla consapevolezza che al cliente occorre dare dell’altro, non solo impianti».

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TESTO INTERVISTA A CESARE MICHELETTI

Pubblicata sull’AMICO DEL POPOLO il 30 gennaio 2011, n°5, a firma di Luigi Guglielmi

La realizzazione di un nuovo collegamento sciistico tra San Vito di Cadore e Pescul pregiudicherebbe il riconoscimento del bene-Dolomiti come Patrimonio dell’umanità, dato che taglierebbe esattamente a metà l’area Unesco n. 1?

«Sicuramente lo pregiudicherebbe», risponde l’architetto trentino Cesare Micheletti, uno dei tre esperti che hanno realizzato il dossier per la candidatura. «Teniamo conto che ci sono solo tre impianti di risalita compresi dentro le 9 aree Dolomiti Unesco. E osserviamone le caratteristiche: la Marmolada, con la sua funivia, è stata mantenuta all’interno del bene perché tutto sommato l’impianto permette di accedere alla cima più importante con grandi potenzialità divulgative, ma dal punto di vista sciisitco presenta un numero di utenti invernali relativamente contenuto; poi c’è la funivia del Col Rosetta, nelle Pale di San Martino, che non serve alcuna pista di discesa ed è in pratica un “ascensore” verso le Dolomiti; infine c’è la funivia che sale in cima alle Tofane, anch’esso un “balcone” senza piste da sci. Sono stati compresi e proposti nella candidatura perché non hanno una finalità da “carosello sciistico” e quindi non assecondano le tendenze del turismo invernale fatto di grandi numeri. Gli impianti in progetto, invece, rispondono proprio a questo scopo. E poi dividerebbero fisicamente in due l’area 1».

E’ un problema?

«Sì, se si pensa che abbiamo dovuto togliere, durante la verifica sul campo fatta nel settembre 2008, tutta la zona a nord del Passo Giau, con Dolomiti bellissime come la Gusella, l’Averau, il Nuvolau proprio perché non siamo riusciti a convincerli che la strada del Giau è poco frequentata. I nuovi impianti e le piste sarebbero visti come un elemento di frattura».

A rischio la sola area 1 «Pelmo – Croda da Lago» o tutto il bene Dolomiti Unesco?

«Non credo che si rischi la cancellazione di tutte le aree, ma certo l’area 1 potrebbe venire eliminata o ridotta al solo Pelmo, sempre che abbia un’ampiezza sufficiente. Però… è anche vero che andrebbe in crisi un po’ la filosofia dell’intera candidatura, visto che abbiamo sostenuto l’importanza delle 9 aree come altrettanti sistemi che nell’insieme, come in un puzzle, formano l’immagine completa di quel che sono le Dolomiti».

Ma il puzzle “starebbe su”, anche senza una tessera?

«Be’ diciamo che sarebbe un precedente un po’ pericoloso per tutto il resto delle Dolomiti. Uno dei possibili rischi è che le Dolomiti finiscano nella “lista rossa” dei beni Unesco in considerazione del fatto che siamo ancora sotto osservazione. Di certo, se questi impianti ci fossero già stati, sicuramente tutta la parte a monte “saltava”, com’è successo per le Cinque Torri».

E se la Fondazione Dolomiti Unesco dicesse di sì al progetto?

«La realtà delle Dolomiti è complessa e la filiera istituzionale parte dal Ministero dell’Ambiente ed arriva alle Province. In realtà, la Fondazione è espressione di Regioni, Province autonome, Province ordinarie e dubito che su un tema così delicato ci sia unanimità di vedute. Inoltre bisognerebbe vedere che cosa ne pensa il Ministro dell’Ambiente: è lui che deve andare a giustificarlo all’Onu. Un’operazione di modifica delle aree Unesco per queste ragioni, in questa prima fase, potrebbe essere pericolosa per la credibilità dell’Italia, del Ministero e di tutta la Fondazione. E’ chiaro che la scelta, pur spettando di diritto a Belluno, riguarderebbe indirettamente anche gli altri partner».

E’ una cosa che va comunicata all’Onu, all’Unesco, vero?

«Certamente! Si avvalgono di consulenti scientifici molto attenti. Quando, nel settembre 2006 e 2008, sono venuti qui in verifica hanno dimostrato di saper già che cosa voler andare a vedere, cioè i punti critici. Noi stiamo già scontando una certa diffidenza per la gestione del Sito UNESCO delle Eolie. E la Commissione del Patrimionio Mondiale non fa sconti a nessuno: quando Dresda ha deciso di realizzare un nuovo ponte sull’Elba non c’è stato verso, e nonostante la dura difesa da parte della Germania la città è stata esclusa dal patrimonio Unesco, dopo otto ore di acceso dibattito. E purtroppo il progetto che si vuole realizzare tra S.Vito e Pescul è proprio una specie di “ponte”».

www.viveredolomitiunesco.it

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