Pelmo montagna bella

di Nino Laraspata

 

Con la crodes che se impiza

Na gran croda la va su

Come ‘l fior de nuiza

Come ‘n soign de doventù

Correva l’anno 1865, un grande appassionato delle Alpi, John Ruskin, nella sua opera “Sesamo e Gigli” scriveva:

“Avete profanato la natura, cioè tutte le sensazioni profonde

e sacre che risvegliano i paesaggi. I volontari francesi hanno fatto

scuderie delle cattedrali di Francia: Voi riducete a campi di corsa

le cattedrali della terra. La vostra unica concezione del piacere e

correre in ferrovia lungo i loro fianchi e rimpinzarvi nei loro alberghi”

Sono trascorsi 145 anni, basta cambiare il termine “ferrovie” con quello (più adatto ai tempi) di “piste da sci” collegate fra di loro in un vasto comprensorio, per capire quanto siano ancora  valide le parole di Ruskin.

Perché un collegamento sciistico tra San Vito di Cadore e Pescul ?

Un’ opera gigantesca che andrebbe a collegare il Cadore al Civetta passando per il Pelmo. Siamo proprio convinti che sia necessario per lo sviluppo del turismo?

La parola valorizzazione, oggi è di gran moda, vuol dire tutto e niente e la si attribuisce unicamente ed abitualmente ad un valore monetario. Quanti altri significati si potrebbero attribuire a quella parola, come:..della tradizione, ..della morale,..dell’ambientale, ..della natura ecc……

L’UNESCO quando ha dichiarato le Dolomiti Patrimonio dell’Umanità non le ha certo valutate come utile d’impresa ma certamente, solo e soltanto, per lo stato di conservazione della loro selvaggia bellezza. Il rischio di perdere questo valore nell’area n° 1 è serio e concreto. Dresda insegna.

Il valore economico-finanziario per un’ opera di un certo spessore ha anche un costo di un certo spessore, che non si può considerarlo solamente ai fini di un utile d’impresa che scaturisce da meri calcoli matematici fatti a tavolino. Bisogna considerare molti altri elementi: il momento economico-sociale in cui viviamo, l’analisi delle opere gia esistenti nel territorio, una nuova tipologia di turismo fatta di “mordi e fuggi” e non da meno i tempi di ammortamento del capitale investito, che va collegato al prezzo di utilizzo di una simile opera e dal numero degli utilizzatori disponibili.

Questi argomenti non interessano a chi ama veramente la natura e soprattutto la montagna, ma non possono essere trascurarti, perché la contrapposizione ad una situazione non tanto florida già esistente causerebbe il peggioramento della prima e l’inutilità della seconda.

La postuma e prevedibile mancanza di funzionamento di una simile struttura, con tutta la complessa recettività connessa, potrebbe provocare danni irreversibili e nessuno spenderebbe un euro per rimettere le cose a posto.

Spiego meglio il concetto. Nella mia regione, la Puglia, negli anni ’70, alcuni giovani coltivatori, incoraggiati dal contributo per ogni albero di ulivo abbattuto, deliberato da una direttiva dell’U.E, trasformarono la coltivazione da Uliveto a patate. Gli affari andarono bene e così fecero i secondi poi ci furono i terzi, i quarti e così via. I mercati finirono per essere saturi, i costi risultarono superiori ai ricavi e i campi vennero abbandonati. Gli alberi di ulivo, doni di Dio, che per secoli hanno dato a molti una vita agiata con i loro frutti trasformati in oro liquido, oggi sembrano più tristi, come li definisce Mauro Corona nel “Le voci del Bosco”:

Albero nobile , bello e disperato. cresce nutrendosi di un dolore antico…>

Chi ha orecchie per intendere, che intenda.

Le montagne sono proprietà di tutti, ma Voi, abitanti del Cadore siete nominati, per volontà di Dio, custodi naturali di quelle cattedrali della terra, così definite Ruskin, e non potrete mai permettere che vengano dissacrate.

Non si è mai sentito che le montagne vengono ammirate ed amate per la capacità di produrre utili. La loro ricchezza sta nella bellezza e nella loro austerità e non può mescolarsi con certi criteri speculativi, quelle sono caratteristiche immortali, tutte le altre, non possono essere che di passaggio, appartengono soltanto ad un breve momento ed una volta finite lasciano il segno. Ferite che non potranno essere più marginate.

Pelmo, Montagna Bella, un Coro, un canto, parole che si diffondono in tutte le valli, ti emozionano, senti nel tuo cuore un pizzicore di sublimazione, la nostalgia ti attanaglia e non vedi l’ora di essere ancora una volta vicino a quelle montagna per ammirarle ancora così, intatte con la loro selvaggia bellezza.

Questo è un valore che non si può acquistare, non ha prezzo.

Nino Laraspata

 

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