Osservazioni progetto Cadore-Civetta

Febbraio 2011.

Alle Amministrazioni Comunali di San Vito di Cadore e Selva di Cadore.

Alla amministrazione Regionale, Regione Veneto, Venezia.

Oggetto: osservazioni preliminari allo Studio di fattibilità del nuovo comprensorio sciistico Cadore – Civetta della società Impianti SCOTER S.R.L.

Proposta di riconversione territoriale.

Premessa

Il piano che andiamo ad analizzare, sostenuto dalla società a direzione e coordinamento del Comune di San Vito Impianti Scoter S.R.L., nata nel 1968, prevede la costruzione di un nuovo comprensorio sciistico che partendo dalla valle del Boite (Chiapuzza – San Vito di Cadore) scavalca la montagna per arrivare nella Val Fiorentina (Pescul-Selva di Cadore) attraverso la costruzione di 8 nuovi impianti, sedici piste di sci, quattro ski – bar, quattro ristoranti- rifugi. Si tratta di un totale di 26.694 metri di piste, di 12.249 metri di impianti, di tre vasche di accumulo di risorsa idrica ciascuna della capacità di 5.000 mc, di un bacino di accumulo di 30.000 mc. di acqua, oltre 20 chilometri di viabilità di accesso alla rete impiantistica, parcheggi per circa 15- 18.000 metri quadrati, magazzini interrati per il ricovero dei mezzi battipista, un nuovo anello, in quota, dello sci di fondo.

La capienza totale delle persone trasportate è prevista in 15.000 giornaliere, una media valutata tra i 1500 e 2000 ospiti al giorno, 2.150.000 passaggi annui, il costo di realizzazione valutabile sugli 80 milioni di Euro, il costo di esercizio annuo, ammortamenti compresi di 6.100.000 euro. Per circa 120 giornate sciistiche si prevede l’inserimento di 50 nuove unità lavorative.

La scrivente associazione ritiene, in via preliminare, privo di senso aprire aree naturali libere alla pratica dello sci. In tempi di crisi, non solo finanziaria, ma strutturale, basata innanzi a tutto sulla scarsità di risorse naturali del nostro pianeta, scopo prioritario della progettazione della qualità del vivere dell’essere umano deve essere quello della conservazione dei beni naturali, va ricordato, beni pubblici, che sono rimasti intatti. E’ questo un dovere che dobbiamo a noi stessi, ma che in modo particolare dobbiamo rivolgere, trasferire intatti alle generazioni che ci seguiranno.

Nelle diverse articolazioni del progetto di fattibilità non si trova un minimo accenno a questo dovere prioritario. Siamo in presenza di un insieme di analisi estremamente localistiche, riduttive, incapaci in quanto tali di proiettare il progetto proposto all’interno di una analisi economica, sociale e ambientale che abbia come riferimento sostanziale e coerente la sostenibilità nel lungo periodo dell’intero piano.

Nella parte ambientale, i riferimenti geologici, forestali, quelli delle aree di Natura 2000, idrogeologici, della sicurezza, sono scritti con superficialità. Non casuale. Si mettono in evidenza alcune criticità, ma il tutto, con una fraseologia ripetitiva, viene ricondotto ad una superficiale analisi della situazione di disagio vissuta dalle popolazioni della montagna bellunese, senza approfondirne cause e rimedi effettivi. Si dà per scontato che lo sviluppo turistico, in questo caso praticamente solo invernale, possa risolvere le questioni della montagna e della vallata del Boite.

Alcuni esempi.

Si afferma giustamente che parte degli impianti e delle piste previste percorrano aree di recente rimboschimento e rinselvatichimento. Un dato generalista, che ci viene offerto nella scontata negatività, senza una minima riflessione su aspetti anche positivi che la riconquista del bosco ha avuto sul paesaggio, sulla sicurezza del territorio, sugli aspetti naturalistici. Non si porta una sola riflessione sul perché le popolazioni della montagna bellunese siano state portate ad abbandonare pascoli di alta quota, la gestione del bosco, la cultura della valle, la loro identità.

Non troviamo cenno nelle analisi delle aree tutelate dalla rete Natura 2000, quindi zone SIC, biotopi, aspetti paesaggistici particolari e unici, a piani di gestione articolati ed idonei a conservare e migliorare queste zone, quindi piani di attività. Che producono studi, lavoro e divulgano conoscenze e cultura, forze del futuro turismo di qualità. Si dice soltanto che zone specifiche, meritevoli di alta qualità nella tutela, saranno intaccate e quindi perdute, irrimediabilmente perdute. Una frase determinante che viene lasciata priva di conseguenze e di approfondimenti.

Non troviamo analisi sulle quantità di acque che scorrono sui torrenti interessati al prelievo per l’innevamento artificiale, sulle quantità di fauna pregiata presente, su cosa significhi per quest’ultima il disturbo imposto dal nuovo comprensorio sciistico. Il solo accenno al rumore viene riferito all’innevamento artificiale, ovviamente sottodimensionandone gli effetti.

Sembra che gli esperti naturalisti che hanno scritto i diversi documenti abbiano avuto una sola attenzione: quella di minimizzare i diversi impatti e far risaltare le grandi opportunità economiche dell’impresa avviata: un metodo di lavoro che lascia sconcertati.

Incredibile quanto troviamo scritto in documenti che riguardano la partita valanghiva: si afferma con chiarezza che in diversi tratti, sia impianti che piste soccombano ad evidenti rischi valanghivi, che eventuali opere paravalanghe risulterebbero oltremodo invasive del paesaggio e dell’ambiente naturale e nelle conclusioni, incuranti di tali asserzioni e dimostrazioni anche storiche, si offre il via libera per la costruzione di tale rete impiantistica.

Ma quanto ci ha sorpreso maggiormente lo troviamo scritto nella analisi socio-economica presentata dalla Università Cà Foscari di Venezia, ancora un ente pubblico che evita una reale risposta di interesse pubblico e collettivo per fermarsi ad analisi particolaristiche, riduttive.

Dobbiamo proprio dire che il progetto presentato, più che convincere, è ricco di lacune e di superficialità: il futuro della Provincia di Belluno e le sue montagne meritano ben altre attenzioni.

  1. La analisi economica.

Vista l’importanza della impresa proposta era lecito attendersi una analisi quadro di dettaglio ben più profonda sullo stato delle montagne nelle Alpi e di quella bellunese. Si è scelto, non casualmente, di circoscrivere il tutto al solo settore turistico, affermando, senza dimostrazioni e senza avanzare dubbi, che il settore sia  la principale fonte di ricchezza del futuro.

Diciamo subito che condividiamo la scelta di non aver preso in considerazione il passaggio verso Cortina d’Ampezzo attraverso Mondeval – Giau. Almeno questa attenzione vi è stata.

Studi approfonditi delle principali università alpine, Grenoble, Ginevra, Zurigo, Vienna, ma anche di realtà italiane, ci permettono di leggere con chiarezza i problemi delle Alpi, specie laddove, come nel bellunese, si soffre lo spopolamento, l’abbandono dei giovani, la perdita di occupazione e di lavori di qualità. Specie, come nel bellunese, l’agricoltura di montagna viene emarginata, la gestione dei boschi e delle alte quote abbandonata, i servizi, tutti, vengono chiusi o drasticamente ridotti: salute, formazione scolastica, assistenza alle famiglie, mobilità difficoltosa e forzatamente privata ed individualistica.

Una seria analisi economica avrebbe dovuto affrontare tutti questi aspetti e per ognuno di essi fornire una articolata serie di indicazioni e azioni operative, di progettualità tendenti alla ripresa, alla ricostituzione di un tessuto sociale forte.

Si inizia invece fin dalle premesse nell’indicare il settore del turismo come unica risposta reale ed efficace ai problemi di sofferenza della montagna. A nostro avviso il turismo è un aspetto importante da cogliere e sul quale intervenire. Ma il settore turistico, in una vallata dove la gestione del territorio è stata abbandonata, dove si è persa l’identità del vivere, dove si sono svendute le proprietà strategiche, dove si sono indeboliti i presidi sanitari, i servizi delle poste, del commercio diffuso, della produzione artigianale, della formazione scolastica e della formazione del lavoro, sia rivolta ai dipendenti che agli imprenditori, non può vivere, non può divenire offerta internazionale credibile.

Come del resto risulta ovvio che un turismo di qualità, che porti ricadute importanti sulla popolazione locale, non può vivere quando si è investito per decenni nella sola mobilità di transito veloce (Venezia – Cortina) e si è scelto di squalificare e rendere sempre più marginale la ferrovia esistente.

Mountain Wilderness ritiene che l’intero impianto del piano di sviluppo della Provincia di Belluno, peggio ancora quello della Regione Veneto, risulti inadeguato a portare risposte di qualità e di stabilità alle diverse vallate del bellunese. Ridursi poi, come si è fatto nell’occasione di questo progetto, ad analizzare un piccolo francobollo di territorio con banali passaggi sulla complessità del vivere delle Alpi, non può che portarci ad affrontare errori che risulteranno irreversibili e strutturali per la comunità cadorina, come già avvenuto per le seconde case.

Alcuni esempi.

  • Si afferma che il nuovo comprensorio attirerà fruitori dalle zone limitrofe, perfino dal Trentino Alto Adige. Da dove si desuma un simile dato non è comprensibile, è ammissibile una consistente presenza iniziale dettata dall’interesse per la novità, ma che ben presto, come ci hanno insegnato esperienze in altri comprensori, verrebbe riassorbita nel tempo. E’ presto detto che, in una situazione di progressivo calo dell’utenza sciistica in Europa, andare ad indebolire altre aree come Asiago, o bellunesi o trentine, non è azione economica virtuosa: acuisce difficoltà già presenti un po’ ovunque magari portando l’intero sistema al collasso. Indicatori economici seri dimostrano come l’apertura di nuove aree sciistiche non comporti soluzioni per questi territori.
  • Si sono scelti come supporto economico virtuoso esempi di nuovi comprensori discutibili e non paragonabili con quanto proposto a San Vito. Le strutture costruite per le Olimpiadi di Torino del 2006 facevano capo ad un avvenimento di carattere internazionale strategico. Nonostante questo, come già era accaduto a Bormio per i mondiali del 2005, oggi tutte le strutture presentano deficit che le amministrazioni locali non sanno più come affrontare, se non chiudendo gli impianti. Il comprensorio di Folgaria verso i Fiorentini è stato sostenuto, in modo artificioso e eticamente discutibile, dalla provincia di Trento con un contributo di 70 milioni di euro. E non sta certo dimostrando di produrre reddito. Un investimento che è solo legato all’espansione delle seconde case residenziali.
  • Nella relazione si ritiene marginale la presenza, da oltre trent’anni, del Centro di Ecologia dell’Università di Padova.
  • Non si analizzano le cause della difficile sopravvivenza dei 17 alberghi presenti e della “morte” recente dei cinque, guarda caso trasformati in residence

Un serio piano di sostenibilità economica dell’area del Cadore avrebbe dovuto affrontare ben altre emergenze: solo alcuni passaggi:

a) Come recuperare il patrimonio delle seconde case che si sta indirizzando in tanti casi alla fatiscenza?

b) Come sostenere il settore alberghiero e quello del commercio per portarlo a livelli di competitività adeguati?

c) Come razionalizzare i tre ambiti dello sci alpino a Cortina d’Ampezzo dove Tofane, caloria-Cristallo e Falzarego sono tutt’ora ambiti separati?

Quali risposte offrire agli abitanti di San Vito di Cadore in termini di servizi, mobilità, scolarità, innovazione del lavoro, questione energetica?

Si è scelto con superficialità di dare risposta al collegamento n° 6 del Piano Neve Regionale adottato dalla regione Veneto nel marzo del 2010, Civetta – San Vito (Geralba).

Mountain Wilderness chiede di sospendere ogni iter burocratico della proposta per intraprendere una nuova via che porti risposte di qualità e di eccellenza al futuro sviluppo della comunità del Boite.

Vanno discussi i temi dei servizi, della mobilità locale e verso le città, della nuova ferrovia quindi, della salute, dei servizi agli anziani, alle famiglie, del sostegno reale all’artigianato locale, alla media industria, progettazione sulla formazione del lavoro sia in ambito turistico che manifatturiero, il coinvolgimento sempre più stretto delle professionalità alte delle nostre Università, Padova, Venezia. Si deve discutere dei temi energetici ma specialmente come offrire dignità, reddito, qualità del vivere al mondo dell’agricoltura e della selvicoltura.

  1. L’incompatibilità ambientale delle opere.

L’insieme del progetto viene strutturato dallo Studio Alpiconsult dell’ing. Francesco Menegus in quattro aree con caratteristiche fra loro molto diverse.

a) Geralba – Ciampolongo. Una prima cabinovia da Giralba a Funes di 2400 persone ora. Una seconda da Funes a Ciampolongo, una seggiovia da Toulà de la Frates a Ciampolongo con sei piste di contorno.

b) Rocchette: una seggiovia Ciampolongo – Col dei Sacòi, pista di solo servizio.

c) Prendere – Ruoibes con una seggiovia Toulà de la Ruoibes – Col dei Sacòi con due piste e Toulà de la Ruoibes – Col de la Steles.

d) Rio Cordon con una seggiovia Rio Cordon – Col de Steles e la cabinovia Pescul – Pian de la Sale con un insieme di 8 piste.

Sono previsti inoltre un nuovo ponte sul Boite, un ampio parcheggio di fondovalle di 14.000 metri quadrati, uno ski bar di 120 metri quadrati e un bar ristorante rifugio di circa 300 metri quadrati.

Nella zona c) è previsto il solito ski bar più un nuovo ristorante-rifugio di circa 300 mq:

Nella zona d) ben due ski bar di 120 mq più due altri bar-ristoranti-rifugio di 300 metri quadrati.

Vengono previste tre opere di captazione e immagazzinamento delle acque di circa 5000 metri cubi di capienza più un grande bacino di accumulo aperto di 30.000 metri cubi con opere di presa diffuse sui rivi: Ru de Pausa, Ru de la Frates, Ru della Monte dal Fen, Rio Cordon, Rio di Col Duro.

Con incredibile superficialità naturalistica si inizia con il dire che si interessano aree abbandonate e quindi inselvatichite, quindi elementi negativi da recuperare. Nessun accenno tecnico alla qualità di queste aree, dei nuovi boschi, delle perticaie o dei boschi misti e multiplani che si sono formati, del loro nuovo valore naturalistico acquisito. Alcune di queste aree erano state inserite quali biotopi nel PRG di San Vito grazie al parere di tecnici di fama internazionale. Grazie a questo passaggio alcune di queste aree erano state incluse nel PTCP del 1993, sempre come biotopi.

Si interessano inoltre aree di rete Natura 2000.

Il SIC IT 3230017 “Monte Pelmo – Monedeval – Formin, di 11.065 ettari.

Il sito 1 di Dolomiti patrimonio naturale dell’umanità, tutelato dall’UNESCO, “Pelmo – Croda da Lago” verso il “Core Zone” di Malga Prendera e la “Buffer zone” intera.

Si afferma esplicitamente che siamo in aree con assenza di regimazione idrica senza individuare indicazioni per il miglioramento della situazione. Come del resto di si rende esplicita la presenza dell’area critica dal punto di vista geologico delle Rocchette con evidenti fenomeni di “debris flow” e dell’area valanghiva diffusa.

Il PTRC, Piano territoriale regionale di coordinamento, prevede nelle Norme d’attuazione l’istituzione di parchi e riserve naturali, fra le quali quella del Pelmo. Dalle istanze istituzionali locali nulla è pervenuto a riguardo, ma nonostante ciò la sola previsione urbanistica dimostra l’eccellenza qualitativa dell’area oggetto dell’intervento.

La zona delle Rocchette inoltre è zona “Core” delle Dolomiti UNESCO, un esempio regionale di unicità sui valori della biodiversità.

Lo stesso torrente Fiorentina, sino alle pendici del Col del Termine, costituisce un corridoio ecologico di alto valore per la migrazione e lo scambio genetico di specie animali e vegetali.

Non solo: vanno ricordati come valore paesaggistico e di biodiversità i “prati stabili” di Pescul, o biotopi particolari come i prati umidi di Ruoibes e la Cresta della Rocchetta.

Questa patrimonio di alto valore naturalistico rappresenta un cordone ombelicale che unisce le Dolomiti d’Ampezzo al Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi. Si tratta di un corridoio di biodiversità di alta quota che dalle Dolomiti friulane arriva, attraverso una straordinaria continuità, ci permette di collegarci, naturalmente, senza infrastrutture, agli ambiti naturali del Parco Nazionale dello Stelvio e quello svizzero dell’Engadina.

Alla luce di questi semplici dati, il territorio oggetto della nostra analisi, andava letto unicamente come uno scrigno della conservazione e della biodiversità di valore internazionale.

L’area forestale di San Vito di Cadore – Pescul viene interessata dall’impianto e dalle piste per una riduzione di ben 71 ettari. Una enormità. Altri 35 ettari di pascoli di qualità vengono sconvolti, affermando nella stessa relazione come l’azione di cicatrizzazione, per via delle quote elevate, sarà forzatamente lenta, qualora sempre potesse avvenire.

Per chi ha conoscenza di come vengano gestite le aree sciabili in territorio italiano risultano poi ridicole alcune sembianze di prescrizioni presenti nella relazione forestale: attenzione agli orari di battitura per la presenza di fauna pregiata, o l’indicazione di evitare il fuoripista. Non un cenno sulla qualità, le dimensioni, le motivazioni che hanno importato nella zona alla grande frana del maggio 1992 sul Col de Sacoi.

Anche riguardo l’insieme degli habitat qualitativi che si vanno ad incidere in modo pesante la relazione è sbrigativa: praticamente vengono solo elencati i fattori di rischio delle diverse specie vegetali e faunistiche senza una analisi del loro effettivo valore naturalistico e scientifico. Si arriva a dire che alcuni di questi sono ampiamente diffusi nel territorio cadorino e alpino (es. le mughete).

Avremo comunque una grave perdita nell’Habitat prioritario 91E0 “Foreste alluvionali di Alnus glutinosa e Fraxinus excelsior” nella stazione di partenza a San Vito per un totale stimato in 0,38 ettari.

Ancora una perdita di Habitat prioritario 4070 “Boscaglie di pino mugo e di Rhododendron hirsutum” ai piedi delle Rocchette per oltre 1,5 ettari.

Una nuova perdita di Habitat prioritario 6230 “Formazioni erbose a Nardus, su substrato siliceo”, nardeti altimontani per oltre un ettaro.

Perdita di superficie e degrado dell’Habitat 7230 “Torbiere basse alcaline” nella valle del Boite, a Malga Prendera, a Ruoibes, per più di 2 ettari, oltre alla perdita di torbiere soligene inserite nella lista rossa nazionale.

Importanti sono le interferenze con le arene di canto dei tetraonidi, portando verso di loro e ai rapaci anche diffusi rischi di collisione con le eventuali funi sospese. Questa rete impiantistica, specie in estate, ma anche nel periodo invernale, inevitabilmente favorirà l’antropizzazione incontrollata  delle superfici boschive, pascolive, portando ulteriori disturbi a questa ed altra fauna pregiata. Inoltre si andrà ad incidere in modo estremamente negativo nel periodo riproduttivo dell’aquila reale, della civetta nana e della civetta capogrosso vista la contemporaneità dell’attività sciistica. Non una parola viene dedicata al valore dei popolamenti di ontano bianco e Salix diversi, altamente pregiati.

Come del resto non viene illustrato il valore delle torbiere, valore sempre più strategico in vista dei cambiamenti climatici che interesseranno le montagne e della drastica riduzione che queste superfici hanno già subito. (La pista Taulà passa proprio nella torbiera bassa alcalina come del resto la Funes Ciampolongo.

Siamo in presenza di un giardino botanico aperto e la relazione non ne fa cenno: non è un caso che il collegamento sciistico proposto attraversi ben 13 Habitat di interesse comunitario: 3240, 4060, 4070, 6150, 6170, 6230, 7230, 8110, 8120, 9150, 91E0, 9410, 9420.

Si rimane poi stupiti in presenza di affermazioni veramente scandalose che riguardano l’impatto visivo: lo si definisce assorbibile. La stessa distribuzione degli indici utili alla Valutazione di Impatto ambientale sembrano studiati e gestiti con una sola funzione: quella di orientare lo studio della Valutazione d’impatto ambientale verso un parere positivo. Ogni valore agli elementi naturali viene sottostimato e invece si sopravvalutano gli indici riferiti ai bisogni di uno sviluppo economico orientato solo nel senso della attività turistica sciistica.

Per dare l’idea della valenza naturalistica dell’area oggetto dell’intervento leggiamo la lunga serie di fauna selvatica interessata dalla tutela delle Direttive Uccelli e della Direttiva Habitat-Uccelli.

Direttiva Uccelli: Falco pecchiaiolo, Aquila reale, Gufo reale, Civetta nana, Civetta capogrosso, Picchio nero, Gipeto, Francolino di monte, Gallo Cedrone, Fagiano di Monte, Pernice bianca, Coturnice, Piviere tortolino.

Per la Direttiva Habitat :D romio, Salamandra alpina, Lucertola muraiola.

Come ulteriore integrazione agli aspetti naturalistici dell’intera area ricordiamo che i contenuti sono disponibili da tempo presso le amministrazioni pubbliche. Ma sottolineamo ancora come la la stazione dei Palù di Pescul conservi elementi floristici e vegetazionali di pregio, il comprensorio interessato dal progetto di collegamento sciistico è caratterizzato da valori naturalistici e paesaggistici tra i più espressivi dell’area dolomitica. Essi risultano, inoltre, rafforzati, in questo caso, più che da prestigiose pareti (ma la sola visione del Pelmo resta un valore in sé e ciò è stato riconosciuto consentendo l’inclusione di questo settore nella prestigiosa World Heritage List), da morfologie più dolci legate ai substrati talvolta vulcanici in cui storicamente sono stati ricavati lembi prativi (in parte poi assoggettati a pascolo). La componente paesaggistica è indubbiamente una delle principali attrazioni di quest’area, rimasta fortunatamente al margine rispetto a itinerari tipici del turismo di massa, anche se la morfologia ha comunque favorito lo sviluppo di una sentieristica “minore” che consente oggi di apprezzare e fruire questi luoghi senza creare significativi disturbi alla fauna e alle comunità vegetali che caratterizzano un ecosistema tra i più vari e articolati. Attualmente quest’area rappresenta non solo un “buffer” (tampone) destinato a salvaguardare limitrofe zone di pregio ancora più elevato, ma è essa stessa una componente “centrale” ed asse portante della Rete Ecologica, sia Regionale che Provinciale. In particolare il mosaico e la successione degli habitat, alcuni dei quali di intrinseco pregio floristico e vegetazionale, evidenziano una qualità ambientale e naturalistica rara da riscontrarsi in altri comprensori dolomitici.

Ciò significa che anche prevedendo opportuni accorgimenti, o mitigazioni di vario genere, la sua infrastrutturazione comporterebbe, oltre alle ovvie influenze di natura paesaggistica, una sensibile riduzione della qualità naturalistica, soprattutto incidendo sulla frammentazione degli habitat, creando nuove barriere ed ostacoli alla biopermeabilità (a livello di effetti diretti), senza contare i presumibili effetti indiretti derivanti dall’incremento delle presenze turistiche e delle necessarie opere di manutenzione.

Nello specifico, rilevato che tutta l’area mantiene una vocazione faunistica qualificata per alcune specie che gradiscono ambienti aperti ed aree ecotonali ricche sia di alimenti che di rifugi (il ripristino dello sfalcio tradizionale e la conservazione di prati magri e umidi rappresenterebbe la vera carta vincente e migliorerebbe le già buone qualità naturalistiche), si osserva che i versanti umidi, con prati cespugliati, piccole torbiere di ruscellamento, consorzi di alte erbe meso-igrofile (6430), che sovente formano un reticolo interconnesso, subirebbero, per effetto degli interventi e dei drenaggi, danni irreversibili, destinati a manifestarsi anche nel medio termine. In particolare, il territorio a cavallo fra Pelmo e Rocchette e la varietà di habitat che lo contraddistinguono, sono giustamente noti per la presenza di diverse specie di galliformi alpini, fra i quali si citano: gallo cedrone, gallo forcello, coturnice e francolino di monte. La zona di Ruoibes-Frates, in tutta l’area dolomitica, ha caratteristiche peculiari e, certo, nonostante un recente peggioramento determinato dall’assenza di una gestione attiva con invasione di stadi boscati qualitativamente modesti (con larice e/o abete rosso, nella parte più bassa anche ontano bianco, ma in tal caso trattasi di situazioni più interessanti), rimane di precipuo interesse conservazionistico, con saliceti a Salix caesia, di natura sorgentizia, a Salix mielichhoferi –di lento ruscellamento-, a Salix rosmarinifolia –di terreni torbosi. Alcuni dei salici sunnominati sono specie minacciate inserite in lista rossa a livello nazionale e regionale. A proposito di alnete di ontano bianco (habitat prioritario 91E0) si sa che un importante nucleo a bassa quota verrebbe sacrificato, come risulta dalle relazioni di progetto. Nel mosaico di habitat che caratterizza l’intero versante si devono rimarcare comunità torbicole (7230, soprattutto), prati magri e umidi (6410), prati più pingui (6520), pascoli magri e nardeti ricchi di specie (6230) dei substrati acidificati. Più in alto si sviluppano praterie naturali sia dei substrati carbonatici (seslerieti e cariceti ferruginei, 6170) che di quelli vulcanici (knautio-trifoglieti, agrostio-festuceti, 6150), in continua competizione con gli arbusteti climatogeni (rodoreti, soprattutto, ma anche brughiera bassa con empetro-vaccinieto e/o vaccinio-loiseleurieto sui crinali e nelle stazioni esposte). Le spettacolari fioriture primaverili, che poi si susseguono fino in piena estate, rappresentano un’attrazione unica destinata a subire una sensibile riduzione. In teoria potrebbe essere recuperata incentivando lo sfalcio e con accorte misure gestionali. In nessun caso, peraltro, esse potrebbero compensare la frammentazione degli habitat e rigenerare un reticolo idrografico superficiale che rende questi siti così straordinari.

L’attività sportiva dello sci da discesa, per come si manifesta ovunque sull’arco alpino italiano, non permette alcun controllo, e non esiste alcun controllo in questo senso, riguardo il disturbo che viene arrecato dagli sciatori fuoripista ai margini delle diverse piste, fino a penetrazioni anche profonde nei boschi e nei luoghi di rifugio della fauna selvatica più delicata.

  1. Sicurezza e valanghe.

Le relazioni allegate al progetto di fattibilità già parlano chiaro, anche se arrivano a conclusioni che ogni persona svincolata da interessi diretti giudicherebbe spregiudicate, o peggio, sconcertanti.

Vi è reale rischio valanghivo, diretto, sulla pista Olimpia.

Sull’impianto Ciampolongo – Col dei Sacoi, vi è possibilità di scaricamenti, anche intensi, da Rocheta de Soraru, da Forzela de Soraru, da Rocheta de Cianpolongo.

Ed ancora, l’intero impianto Toula de la Ruoibes – Col dei Sacoi insiste su un sito valanghivo, come pure l’impianto Toula de la Ruoibes – Col de la Steles.

La pista Rio Cordon – Col de la Steles è interessata da valanghe medie e anche di grandi dimensioni.

Davanti a simile situazione cosa prevede chi conclude con il parere positivo alla realizzazione di questa rete impiantistica? Si affida ai gestori degli impianti, con l’attribuzione alla loro gestione del tema della sicurezza dell’area, l’eventuale di chiusura temporanea delle varie piste o impianti. Abbiamo già visto altrove, in negativo, a cosa porti questa delega a privati, non certo disinteressati, della gestione della sicurezza.

  1. Conclusioni.

L’associazione Mountain Wilderness Italia, dopo aver valutato con attenzione l’intero piano di fattibilità del progetto, esprime un netto parere negativo.

a) Per motivi sociali ed economici. Riteniamo che il Cadore non debba più investire in nuove aree sciabili, ma debba portare continua attenzione al miglioramento delle strutture esistenti. Ampliare le zone sciistiche attuali comporta non solo impegnativi costi di investimenti con rientri economici dubbi, visto il continuo calo del “capitale sciatori”, ma specialmente comporta costi di gestione sempre più difficili da gestire. Riteniamo che il Cadore debba rispondere con urgenza ai temi e alle sofferenze poste all’attenzione della relazione economica della Università Cà Foscari di Venezia. Non scegliendo una scorciatoia di breve periodo e tanto incerta, ma investendo in un progetto d’area che individui risposte serie e di lungo periodo a questi temi: spopolamento, invecchiamento della popolazione, fuga dei giovani, investimento in lavori ad alto profilo tecnologico e innovativo, ritorno alla cura del territorio favorendo le attività agricole d’alta quota e la selvicoltura, investimenti strutturali nelle filiere del turismo (identità, gastronomia, qualità paesaggistica, offerta di qualità, formazione nel lavoro), nella filiera del legno, nella filiera energetica, nella filiera agricola strettamente legata all’offerta turistica, nella mobilità efficiente che nel futuro sarà legata a trasporti per lo più pubblici di matrice ferroviaria o tramviaria, un rinnovato sforzo nella riproposta di servizi essenziali alla popolazione locale: partiamo dall’assistenza alla famiglia, asili nido ma non solo, formazione scolastica, formazione nel lavoro e nelle nuove professioni, legame stretto con le Università, assistenza sociale e politiche della salute, servizi agli anziani, mobilità ferroviaria. E perché non partire da subito in Cadore, proprio a San Vito, con il potenziamento del centro culturale, come il Museo Civico naturalistico- Archeologico, o avviare e sostenere un centro di ricerca attiva sulle autonomie cadorine, cioè sulle Comunità di valle e gli antichi mestieri? Perché non collegare la ricchezza ambientale, anche se con brevi passaggi in queste righe ben illustrata, presente nella cresta che divide il Cadore dalla terra ladina, attraverso piani di lavoro concordati come le università delle Tre Venezie? Solo dopo aver costruito una pianificazione socio-economica tanto completa si potranno individuare eventuali ritocchi alla rete impiantistica per renderla efficiente e pronta ad accogliere clientela.

b) Per motivi ambientali e paesaggistici. Come già abbiamo sottolineato in più passaggi le relazioni ambientali che costituiscono il progetto sono carenti di informazioni e spiegazioni sui reali effetti che una simile catena di impianti e piste provocherà sull’ambiente.

Abbiamo già detto riguardo il tema della sicurezza dal pericolo valanghe. Ma si tacciono anche i reali rischi di franamenti ed i pericoli idrogeologici presenti, non solo perché i rivi non sono regimati, ma specialmente perché andiamo incontro a cambiamenti climatici sempre più repentini che sulle alte quote avranno effetti violenti, a volte catastrofici.

Si sconvolgono oltre 100 ettari di territorio alpino, gran parte della superficie la troviamo in quote elevate, poco fertile, esposta a corrivazione, a soleggiamento diretto, si risponde con la banalità dell’indicazione di idrosemine e semine diffuse con prodotti generalmente non autoctoni.

Non troviamo indicazioni su come si intende intervenire per tutelare beni preziosi, come quelli indicati in relazione, gli Habitat di rete Natura 2000, le zone umide, le torbiere.

Nelle zone SIC, come del resto per l’area del Pelmo riferita a Dolomiti patrimonio dell’umanità non vi è nessun  riferimento a piani di gestione attivi tesi al miglioramento delle ricchezze naturalistiche che vengono intaccate. Nemmeno una riga ci illustra le potenzialità di sviluppo qualitativo dell’area grazie alla tutela internazionale dell’UNESCO.

Non vi è un solo indice che illustri le potenzialità stagionali e complessive dei corsi d’acqua interessati dal massiccio prelievo idrico destinato all’innevamento artificiale e quindi ad indicazioni precise su quale dovrà comunque essere, nei diversi periodi stagionali, il deflusso minimo vitale da rilasciare per mantenere elevata la naturalità dei rivi.

La relazione non porta alcuna indicazione sui consumi energetici e su come, la società proponente, intenda affrontare l’emergenza energetica che i cambiamenti climatici ci porteranno a sostenere nel breve volgere di pochi anni. Quale turismo vogliamo creare per i nostri giovani? Quale sostenibilità? Quali risposte a temi ormai strategici che nelle Alpi a noi vicine, si affrontano con politiche serie e condivise?

Dal punto di vista paesaggistico le carenze sono poi incredibili. Le varie fotografie offerte e come ci vengono proposte, lasciano interdetti. Si continua ad affermare che la copertura boschiva riuscirà a mitigare in modo determinante l’impatto visivo. Quando non vi è bosco ci pensano le increspature del territorio. Ognuno di noi sa come tale affermazione non corrisponda a realtà: infatti, si è volutamente tralasciato ogni documentazione fotografica che illustri il danno paesaggistico portandosi in quota sulla sinistra orografica del rio Boite, o sui versanti di Pescul che portano verso il gruppo del Civetta.

E’ assente ogni indicazione sullo sconvolgimento, cioè la completa distruzione dei sentieri storici del CAI, quello ai piedi della Rocchetta che sarà interamente interessato dai piloni della seggiovia  o quello che dal rifugio Fiume sale a Malga Prendera che diventerà una strada.

Ci aspettavamo che un progetto di tanto e diffuso impatto almeno ricordasse i valori storici e culturali presenti in Mondeval, la centralità culturale, di valore internazionale e per tutte le Alpi quindi dell’intera area. Non un passaggio su questi temi che costituiranno la base del turismo del futuro. Nella relazione non ci addentriamo nei valori strategici dell’area archeologica in quota, in quanto riteniamo che siano conosciuti e specialmente condivisi. Va evidenziato come ad oggi non si possa dare per esaurita la ricerca sul territorio e che è possibile trovare specificità e informazioni che rendano l’area ancora più interessante. Un motivo in più per non inciderla e sconvolgerla con la proposta qui discussa.

Nel ribadire la contrarietà alla proposta avanzata dal Comune di San Vito di Cadore con il progetto di collegamento sciistico San Vito – Civetta, Mountain Wilderness propone al comune committente e quindi alla società SCOTER S.R.L. di sospendere da subito l’iter burocratico del progetto stesso e di riportare alla attenzione della comunità del Cadore un progetto di rilancio d’area che coinvolga, unisca e trovi condivisione e futuro sviluppo per tutte le componenti sociali che oggi abitano questa straordinaria terra.

Alleghiamo come complemento della relazione lo stralcio del Piano Neve della Regione Veneto. Un documento che nella sua linearità non fa che confermare il percorso culturale, scientifico e sociale che vi abbiamo proposto.

Il Presidente

Fausto De Stefani.

Allegato al documento:

Stralcio dal piano Neve.

San Vito di Cadore è interessata anche dalla proposta di collegamento con Pescul – Selva di Cadore; le criticità riguardanti questo progetto sono state esposte anche nella relazione del comprensorio del Civetta, tuttavia si ricorda che il collegamento proposto presenta il limite di ricadere completamente in zona SIC IT 3230017 M.Pelmo-Mondeval-Formin. Dalla parte di San Vito di Cadore la stazione di partenza ed arrivo sarebbe localizzata a Pian de la Pausa, proprio di fronte alla cava de la Falesela, a metà circa del sistema di piste per lo sci nordico. Quest’area si presenta ancora integra ed un simile progetto comporterebbe una consistente modifica del territorio in quanto si dovrebbero creare delle infrastrutture ricettive come per esempio aree di parcheggio.

(Parte II, pag. 55)

Il comprensorio del Civetta risulta infine interessato dalla proposta di collegamento tra Pescul e San Vito di Cadore.

La proposta di tracciato interseca due zone dal forte rischio idrogeologico una posta in prossimità di Pescul e l’altra nel tratto finale verso S.Vito.

Il tracciato proposto passa poco sotto la cresta della Rocchetta di Prendera e rientra quasi completamente all’interno del SIC IT 3230017 Monte Pelmo – Mondeval – Formin.

L’area del SIC in questione è molto vasta, ed è caratterizzata da tipologie dolomitiche di rilevante pregio paesaggistico e soggette, solo lungo le strade e gli itinerari più conosciuti, a flussi turistici consistenti.

Il settore interessato dalla proposta di collegamento si colloca nell’area di ampliamento Val d’Ortie – Rocchette, estesa area situata al confine sudorientale del territorio del comune di Cortina d’Ampezzo (ai confini con San Vito), a prevalente vocazione agro-silvo-pastorale in cui sono inclusi punti e scenari paesaggistici tra i più suggestivi del territorio dolomitico. Si segnala la presenza di due habitat prioritari quali le formazioni arbustive, qui del tutto naturali, a pino mugo e rododendro irsuto e le consuete formazioni a nardo ricche di specie.

Il sito include anche praterie pingui sia pascolate (un tempo anche sfalciate) e situate sotto il limite potenziale della foresta, che primarie sui crinali erbosi e terrazzi rupestri. In progressiva espansione, dopo la riduzione del carico di bestiame al pascolo, le lande ad ericacee, dagli aspetti basifili più primitivi a quelli più evoluti su suoli fortemente decarbonatati.

Pregevoli anche le tipiche formazioni forestali, nettamente dominate dalle conifere, soprattutto peccete (anche abieteti nella parte bassa) e sporadici nuclei di larici-cembreti in quota. A circa 1.250 m di quota (torbiera dei Laghe) si segnala un modesto ma assai caratteristico specchio d’acqua, intatto, circondato da un cariceto e da sfagni in cui vegetano le uniche popolazioni ampezzane di Drosera rotundifolia. Anche ai margini nordorientali è presente un biotopo palustre, denominato Parù Longo, di rilevante valore ambientale (Epipactis palustris, carici ed orchidee).

Sono segnalate e presenti poi, Astore (Accipiter gentilis), Sparviere (Accipiter nisus), Gipeto o Avvoltoio degli agnelli (Gypaetus barbatus), Aquila reale (Aquila chrysaetus), Civetta nana (Glaucidium passerinum), Coturnice (Alectoris graeca), Gallo forcello (Tetrao tetrix), Pernice bianca (Lagopus mutus),Francolino (Bonasa bonasia), Civetta capogrosso (Aegolius funereus), Gufo reale (Bubo bubo), Merlo acquaiolo (Cinclus cinclus), Picchio tridattilo (Picoides tridactylus), Picchio nero (Dryocopus martius), Crocere (Loxia curvirostra), Fringuello alpino (Montifringilla nivalis), Nocciolaia (Nucifraga caryocatactes), Picchio muraiolo (Tichodroma muraria), Merlo dal collare (Turdus torquatus) e caratteristica dell’area la presenza notevole del Picchio tridattilo (Picoides tridactylus).

Tra gli habitat di interesse prioritario segnalati nelle aree della Rete Natura 2000 ricordiamo: torbiere alte attive, sorgenti petrificanti con formazione di travertino, foreste di versanti, ghiaioni e valloni del Tilio-Acerion, formazioni erbose a Nardus, torbiere boscose e boscaglie di Pinus mugo e Rhododendron hirsutum.

Le implicazioni ambientali e paesaggistiche sono da ricondurre alla presenza di disturbo

invernale significativo, ora assente, frammentazione accentuata degli habitat in quanto viene percorsa in posizione centrale l’area indivisa che fa centro sul Pelmo.

Dal punto di vista naturalistico si osserva che l’intervento va ad incidere su ambienti naturali di elevato e documentato interesse. E’ difficile, in questi casi, che le misure di mitigazione, per quanto accurate, possano fare molto rispetto all’interferenza con habitat ed ecosistemi di grande pregio.

(Parte II, pagg. 128-131)

Di questo collegamento si parla da circa 30 anni nella speranza di realizzare un anello in grado di collegare sci ai piedi il passo Giau in comune di S. Vito, Pescul in Comune di Selva di Cadore e la piccola area sciabile del centro di S. Vito. Dal Comune di S. Vito vennero commissionati due studi, oltre 20 anni fa, che consigliarono di abbandonare il progetto a causa della prevalente esposizione verso Sud dell’area e delle difficili caratteristiche orografiche. L’iniziativa ora esaminata rinuncia al collegamento con il Passo Giau e si limita ad ipotizzare il collegamento tra l’area del Civetta e quella di San Vito di Cadore. Il progetto non realizza un vero giro sciistico, come sarebbe auspicabile per la formazione di una vera attrattiva turistica, ma un semplice collegamento andata e ritorno, tra Pescul e S. Vito, senza permettere accesso diretto all’area sciabile esistente in San Vito, situata in riva sinistra del Torrente Boite. L’analisi economica del progetto considerando il numero di passaggi possibili non fornisce risultati positivi. La realizzazione di nuovi impianti aggrava lo squilibrio già esistente tra le ridotte ricettività di fondo valle (letti per turisti) e la ricettività dell’area sciabile sia per San Vito che per Civetta, squilibrio particolarmente sentito nell’area di Civetta.

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5 Commenti su Osservazioni progetto Cadore-Civetta

  1. fliberto fiandri ha scritto:

    Non è certo la prima volta che aree prive di impianti di risalita vengono trasformate in paesaggi ben diversi da quelli precedenti con impatti ambientali via via crescenti.
    Si fa l’impianto, si disbosca si ruspa e si reinerbisce dando una passata di verde per limitare i fenomeno di dilavamento che sono non solo antiestetici ma pure dannosi per le piste medesime.
    Poi siccome arriva gente che è lo scopo principale dell’impianto, sono necessari i cosiddetti servizi di supporto: strade, nuove costruzioni, servizi, ossia acqua impianti fognari, smaltimento rifiuti ecc.ecc.
    Poi la zona si valorizza, perché questo è lo scopo dell’impianto (in questo caso togliere turisti a Cortina e farli fermare prima), ciò facilmente comporta richieste di nuovi insediamenti turistici, terreni prime adibiti a boschi aumentano di valore in modo esponenziale, poi si modificano stravolgendoli i piani regolatori,ossia la programmazione territoriale non solo comunale, ma provinciale e regionale.
    Siccome danni ambientali sono permanenti mi chiedo, ma basta solo una croce su una scheda per potere fare tutto ciò che si vuole? Ci vuole molta riflessione e pochi slogan.
    Parlando in generale, in passato si è anche potuto osservare in diverse situazioni che lo scopo(non dichiarato) degli impianti non era quello di fare divertire i turisti, ma di costruire case ed arricchire poche persone col miraggio di vantaggi per tutti.
    Questo è ciò che spesso è successo. Forse in Cadore sarà diverso, ma ho i miei dubbi.
    L’impressione poi che ho sempre avuto visitando il Cadore non è stata certo quella di zone povere e che abbiamo bisogno di sacrificare il loro ambiente per non morire di fame.
    Sbaglio?

  2. Adalgise de Sisti ha scritto:

    Buffoni! Le tanto millantate azioni in difesa della natura, portate avanti da persone che danno proprio l’idea di essere rimaste ferme a 30 (o forse più) anni fa’.
    Mi chiedo: “È mai possibile che non si capisca che con il mantenimento dello status quo la montagna muore TUTTA, mentre con investimenti mirati e circoscritti si riuscirebbe a “incanalare” il turismo scistico in aree delimitate, in maniera tale da ottenere i fondi necessari al mantenimento e al prosperamento, non solo della comunitá di valle, ma anche delle zone selvagge e non antropizzate? Tra l’altro si porterebbero sciatori sugli impianti, piuttosto che lasciarli partire in automobile verso Cortina, causa d’interminabili code sulla statale (quella si la vera rovina della valle del Boite).
    Ma veramente qui si difendono gli interessi di pochi “notabili” del CAI, timorosi che le “loro” montagne non siano più a loro esclusivo consumo?

    • Davide Berton ha scritto:

      Caro Adalgise,
      grazie del buffoni, se per buffoni intendi chi vede la montagna in maniera diversa da te, chi vuole che un passo alla volta, con la scusa della valorizzazione, si distrugga o si metta sotto pressione ogni angolo di natura. In pianura è già successo negli ultimi 100 anni e ti assicuro che non è simpatico vivere con 1000 euro al mese dato da lavoro dipendente tra i capannoni e le zone industriali dove l’unica cosa che manca è esattamente quello che voi avete in abbondanza, natura ed aria pulita oltre che una vita dignitosa.
      Mi spiace che il tuo commento sia dettato dal fatto che ti da fastidio, come molti altri, che non tutti la pensino come te.
      Se c’è un’idea che non è mai assolutamente vecchia è proprio quella di preservare l’ambiente in cui viviamo, oggi più che mai.
      Questo nobile sentimento dovrebbe guidare ogni nostro progetto, anche se purtropo spesso ciò non avviene. Vecchissime invece sono le idee di continuare a distruggere per costruire nuovi impianti.
      Parli di investimenti mirati e circoscritti, non mi sembra sia il caso del progetto in questione e non mi sembra che circosritti siano gli impianti sciistici nelle Dolimiti,si parla di migliai di chilometri di piste, altro che investimenti circoscritti. Chi può mantenere efficente tutto questo baraccone se gli esercizi chiudono in rosso? in Trentino ed Alto Adige viene da vomitare a vedere ad ogni angolo una funivia o una pista che scende da cime e boschi.
      Parli che agendo bene con gli investimenti nel turismo della neve sarebbe possibile ottenere fondi anche per gestire le zone selvagge. Io penso che al massimo si riesca a mangiare tutto quel poco che oggi giorno può arrivare per tenere in efficenza gli impianti e ripianare i buchi di bilancio, per le zone selvagge solo chiacchiere, ma per fortuna queste non hanno il bisogno continuo dell’intervento dell’uomo come invece serve per le infrastrutture.
      Ti lamenti delle code nella statale, ed hai ragione, ma come possono diminuire se si vorrebbe che arrivassero sempre più sciatori, sempre più turisti, sempre più gente che spende e porti ricchezza alle valli.
      Per come la pensate voi le code dovrebbero iniziare già in pianura e forse le funivie a questo punto potrebbero essere utili già da Longarone così intasiamo l’alta quota e liberiamo le vallate dal traffico.
      Per quanto riguarda l’ultima affermazione, ti assicuro che queste manifestazioni non difendono gli interessi di nessuno, proprio perchè nessuno dei manifestanti ha ineressi diretti che potrebbero derivare dagli impianti come invece pensate di avere voi,si tratta di persone sensibili, che credono in certi valori e che vorrebbero che le montagne potessero essere ad esclusivo uso e consumo dei veri padroni di questi ambienti che sono uomini saggi e oculati, rispettosi del bene che possiedono, della vegetazione e della fauna tipica. Noi del Cai abbiamo sempre avuto questo approccio e questa sensibilità, amiamo muoverci in ambiente montano rispettando tutti, possiamo a volte essere invadenti e chiassosi, ma in linea generale siamo uomini che si emozionano al cospetto della natura e che in essa ricercano emozioni forti, emozioni che si trasformano in dolore se la montagna continua ad essere trattata come una fabbrica da soldi.

    • Alberto Riva ha scritto:

      Non sono buffoni. La nomina delle Dolomiti a patrimonio dell’Umanita’ e’ a rischio a causa di un intervento del genere. Uno dei criteri per la definizione delle aree Unesco era l’assenza di impianti sciistici, tanto che il Sella e’ stato escluso dalla definizione dell’Unesco proprio per questo motivo.
      Il problema e’ che troppi pensano che 4 impianti creino turismo e denaro, quando il problema della provincia di Belluno e’ che non si e’ capaci di far funzionare decentemente l’esistente, troppo spesso per mentalita’ estremamente miope (lo dico da bellunese).
      L’opportunita’ data dalla nomina Unesco va proprio contro lo spopolamento, etc, etc, ma purtroppo pochi si sono accorti che sono in questo modo potremo differenziarci dai lunapark che gia’ esistono in altre valli dolomitiche, ormai distrutte in nome di forme miopi di turismo.

  3. Davide Berton ha scritto:

    Complimenti,
    analisi puntuali, attente, e complete non posso che condividerle ed auspicare che anche i più scettici e favorevoli agli impianti possano leggerle senza paraocchi e senza pregiudizi per rendersi conto dell’errore grossolano che porterebbe la realizzazione di un tale scempio.

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