Ma il benessere cos’è?

di Alfio De Sandre

San Vito di Cadore 27/2/2011

San Vito vive da anni un progressivo arretramento, non solo in termini economici, anzi questi hanno coperto e mascherato altri importanti segnali di malessere. Ma il benessere che cos’è? Gli studiosi della materia e l’organizzazione mondiale della sanità ci dicono che il benessere o la salute, non è la mera assenza di malattia ma ciò che contraddistingue un individuo con un buon equilibrio psico-fisico, ben inserito in un contesto sociale vivo, in un ambiente sano e gradevole.

Naturalmente avere un certo livello economico, sia individuale–familiare che sociale aiuta non poco ma attenzione: l’alto livello economico non garantisce automaticamente un alto livello di benessere. A dimostrazione di ciò basti pensare all’alto tasso suicidario dei paese ricchi, al disagio esistenziale che spesso caratterizza le persone che vivono in tali contesti sociali. La precedente amministrazione comunale, e la presente lo ha confermato, ha deciso di incaricare noti studiosi della facoltà di sociologia dell’ università di Padova, finanziando un progetto mirante ad analizzare le cause di un disagio opprimente e di individuare risposte-proposte. E’ noto a tutti come sia risultato evidente che molti problemi derivano dal modello di sviluppo che San Vito si è dato negli ultimi 30/40 anni. E così San Vito ha cominciato a parlarsi, a confrontarsi, ha cominciato ad interrogarsi non solo su singoli aspetti ma in termini globali: quale futuro?

Quale futuro per una piccola comunità di montagna, inserita in un contesto ambientale mozzafiato, e catapultata nel terzo millennio, il millennio iniziato con la globalizzazione, i problemi climatici, i disastri ambientali, gli stravolgimenti economici mondiali. In altri termini si è cominciato a parlare della crisi. Siamo abituati a dare a questa parola una connotazione negativa: crisi di coppia, crisi economica, sono in crisi, crisi epilettica, crisi di numeri, crisi di governo, crisi di coscienza, crisi morale… ma andando al vocabolario si scopre che essa deriva dal greco krisis che significa separazione, scelta, giudizio e nella cultura medica occidentale è diventata “rapido mutamento, in meglio o in peggio, nel corso di una malattia”. Ancora “fase della vita individuale o collettiva particolarmente difficile da superare e suscettibile di sviluppi più o meno gravi”. Ecco allora che la crisi diventa la condizione di base per un cambiamento , in altre parole se non c’è crisi non ci può essere cambiamento. Il cambiamento diventa vitale perché “ chi si ferma è perduto” e “ la necessità aguzza l’ingegno”. Ma come dicevo prima si può cambiare anche in peggio, non necessariamente in meglio. Oppure si può far finta di cambiare.

A mio parere, le autorevoli persone che propongono il progetto di collegamento sciistico Cadore –Civetta non propongono un cambiamento per “uscire dalla crisi”. Esse propongono un progetto faraonico che ripercorre, moltiplicato molte volte, lo stesso modello di sviluppo che ha contribuito a determinare l’attuale stato di “crisi”. Ammesso che vada bene, ma non ci sono dubbi sul fatto che tale modello si riconduce ad uno stile di vita che non reggerà più di tanto, tale progetto comporterà vantaggi economici per pochi e in prospettiva il moltiplicarsi di quegli aspetti di disagio che così bene sono stati descritti nel lavoro di ricerca prima citato. Il progetto comprometterà per sempre non i “ solo 50 ettari” ma ciò che ci è di più caro e prezioso, l’ambiente che abbiamo ricevuto dai nostri avi e che abbiamo il dovere, etico, di lasciare alle generazioni future, nelle migliori condizioni possibili.  Si obietterà che l’uomo ha il diritto di utilizzare lo spazio fisico per i suoi interessi: riflettiamo su questa visione antropocentrica, tutta centrata sull’uomo, perché se io elimino, e non c’è dubbio nel nostro caso, il gallo cedrone, il gallo forcello, la coturnice, il camoscio, l’aquila e molte altre specie di fauna e flora, lascerò ai miei figli, ai miei nipoti, un mondo molto più povero, molto meno gradevole, e avrò contribuito ad aumentare il disagio, dopo aver perpetrato una “rapina” con l’unico scopo del miraggio di un ipotetico tornaconto economico. Non Avrò operato per il benessere ma per il mal stare, il disagio, il malessere, forse e dico forse, con qualche euro di più in tasca.

Ma allora quale cambiamento vero visto che è inderogabile agire in questo senso? L’assemblea pubblica di domenica 27 febbraio ha espresso energia positiva: facciamo qualcosa, fason argo ! Ma è questo qualcosa , questo argo , il nocciolo della questione. Lo si può fare proponendo interventi non devastanti sul territorio, che utilizzino il territorio in modo intelligente, sobrio, rispettoso, responsabile, promuovendo un turismo meno consumistico. Progetti di riqualificazione delle strutture ricettive, di miglioramento della viabilità che non significa, come è stato fatto con il Vià de la Vaces, distruzione e cancellazione dell’ultima testimonianza di una cultura millenaria. Progetti che garantiscano la possibilità di godere, da parte delle persone che lo desiderano, in modo sobrio e tutto l’anno delle nostre bellezza, ma anche di attingere alla nostra cultura di basse, che malgrado tutto viene dal rispetto. Si obietterà che questo è un turismo “povero” che non rende. Vale la candela?

Io credo che c’è la possibilità di far si che San Vito diventi un polo d’ attrazione per un turismo di qualità, diventi un’eccellenza in grado di attirare turisti tutto l’anno anche da fuori Italia. Ci sono riuscite località con meno potenzialità, per quale motivo noi non possiamo essere in grado di farlo considerando che oltre tutto abbiamo siti e testimonianze unici in ambienti di rara bellezza? In un contesto generale di decadenza economica, di caduta di valori morali, di omogeneizzazione al ribasso, in un contesto regionale e anche provinciale che non ci aiuta, anzi, dobbiamo trovare i modi più intelligenti per utilizzare al meglio le risorse che abbiamo senza devastarle e comprometterle con l’obiettivo di vivere meglio. Utilizzarle al meglio significa avere attenzione per ogni aspetto, non solo quello puramente economico, ma anche quello ambientale e relazionale: come visto tutto concorre a determinare il benessere di una comunità. Credo che nessuno abbia la verità in tasca, ma il confronto è irrinunciabile, la rete, internet, i social network sono strumenti formidabili di comunicazione così come i classici mezzi di comunicazione di massa, ma il parlarsi guardandosi negli occhi, è altrettanto irrinunciabile. Facciamolo ancora.

Nell’estate 1753 i nostri avi patirono la fame pur di garantire un diritto da trasmettere alle generazioni che sarebbero venute dopo, ma non ci lasciarono “solo” la proprietà regoliera di Jou, seppur magnifica, ci lasciarono qualcosa di più prezioso ancora: l’insegnamento che se un obiettivo è comune, è condiviso ed è vitale, come la salvaguardia del territorio, il nostro bene principale, vale la pena perseguirlo.

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4 Commenti su Ma il benessere cos’è?

  1. Diego Cason ha scritto:

    Caro Alfio

    ho letto il tuo commento un anno e passa dopo. E’ ancora fresco e pronto per essere letto anche fuori dalla cronaca. Non è necessario condividere tutto quello che hai scritto per inviarti un messaggio di riconoscenza perché le tue riflessioni servono e alimentano anche tutte le nostre.
    sani diego cason

  2. Mirna Fornasier ha scritto:

    Condivido in pieno le considerazioni espresse nell’articolo; l’errore di fondo credo sia proprio quello antropocentrico. Sono state spese risorse per un unico studio rivolto esclusivamente allo sfruttamento di un territorio rimasto intatto. Perchè non uno studio su uno sviluppo sostenibile che salvaguardi oltre al territorio anche il benessere – non solo economico – degli abitanti?

  3. andrea gracis ha scritto:

    il miglior articolo pubblicato sul “tema”.
    Complimenti!

  4. fiorella de lotto ha scritto:

    Anch´io condivido in toto quanto Alfio scrive. E sono convinta che questi territori e queste montagne “appartengano” a tutti: da San Vito a Canicattí e anche oltre…

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