Aspetti socio economici

Sulla proposta di comprensorio sciistico Cadore-Civetta

di Erik Palatini

L’ipotesi di collegamento sciistico tra Cadore e Civetta via Rocchette-Pelmo sembra avere non pochi aspetti negativi e parecchi punti d’incertezza, in nessun caso di poca rilevanza. Pur capendo le ragioni del sì, il piatto della bilancia non sembra affatto pesare da quella parte valutando tutti gli aspetti della questione.

Considerazioni socio-economiche

A) l’atteggiamento mentale che porta a vederlo come la sola e unica strada positiva possibile è tanto inattuale quanto illusorio. Un discorso di questo genere poteva avere un qualche senso trent’anni fa, sull’onda di un boom che poi si è affievolito ovunque. Oggi l’intero mondo occidentalizzato ha giocoforza moderato quella tanto sfavillante quanto insostenibile espansione selvaggia ed è entrato in una fase che per molti versi è opposta a quella percorsa fino l’altro ieri. È bene in primis cogliere il cambiamento dei tempi, soprattutto se la tendenza è quella di basare l’intero discorso su sillogismi spicci e da dimostrare, quale “crisi = necessità di espansione nella direzione che ha fruttato fino a ieri” ed “espansione = maggior ricchezza”.

Si tratterebbe infatti di un’espansione a cavallo di una fase di cambiamento socio-economico epocale (non cioè una mera crisi passeggera, bensì strutturale, globale e di non facile risoluzione); un periodo che chiama fortemente alla contrazione e alla parsimonia dell’intero sistema e del modo di fare economia. Questa nuova epoca investirà molti anni e forse decenni, imponendo ristrettezze economiche per il cittadino del mondo globalizzato.

Dire che il turismo non risenta di questa crisi è più aggrapparsi ottimisticamente a certi dati sul panorama mondiale che provare a valutarli tutti con mente critica. La staticità globale degli ultimi tre anni (a livello locale invece il calo è stato visibile a occhio nudo) è da leggersi più come una miracolosa immunità del settore turistico rispetto agli andamenti economici generali o come la fine di un lungo e prospero andamento positivo, connesso cioè alla diminuzione della ricchezza pro-capite? Quando si legge che il turismo nel 2010 è stato in crescita, per esempio, non si dimentichi che l’affermazione si riferisce al tracollo del 2009.

Si pensa che la crisi del turismo locale dipenda quasi unicamente dal fatto che si debba essere più attrezzati, all’avanguardia e che pertanto ci voglia un aumento della “giostra” e della capienza; ciò può andare bene fino a un certo punto (e più ieri che oggi), ma occorre considerare che tutto questo ha a che fare anzitutto con la mancanza di “pecunia” nella popolazione, italiana e non. Ciò non significa che non si debba cercare di fare qualcosa, bensì che affinché cotanto progetto stia in piedi sono necessari numeri che sembrano fantascienza per gli afflussi che ci sono e che verosimilmente ci saranno. Il ceto medio sta sparendo e una parte dei pochi ricchi diventa “medio-borghese”. Mantenere 7+3 impianti per un’elite di benestanti non sarebbe sostenibile nemmeno se sciassero esclusivamente lì per tutto l’inverno.

B) alternative che portino a un aumento in tempi brevi della ricchezza sembrano effettivamente difficili da individuare, ma se ne possono trovare di altre più oculate e sostenibili. È fondamentale capire il cambiamento dei tempi in termini generali e locali, di evoluzione della richiesta turistica e di valore delle risorse ambientali, evitando di sacrificare il territorio e/o indebitarsi ulteriormente. È vero che lo sciatore apprezza il carosello, ma è anche vero che sembra esserci scarso ricambio generazionale tra gli amanti di questa disciplina sportiva (fonte Ciset, vedi piè di pagina), mentre rimangono sempre meno territori intatti, preziosi e al tempo stesso noti. Allo sciatore, se è per questo, piacciono anche i circuiti minori se tenuti meglio dei grandi, distanti da certi ingorghi, non eccessivamente caotici e più vicini di altri alla propria casa; cose che attualmente possiamo dire di offrire a una notevole fetta di alto Veneto. Non è poi da poco il fatto che un comprensorio medio o piccolo permetta di evitare, più di quelli grandi, un certo tipo di perdite economiche ed errori, dal momento che è più facile gestirlo oculatamente.

Dire «se qualcuno è contrario parli solo se ha proposte alternative» è un atteggiamento più arrogante che pragmatico; non tiene in considerazione il fatto che rendere consapevoli dei pericoli di un investimento ritenuto compromettente e fallimentare è, sia pur “al negativo”, certamente un pronunciarsi per la ricchezza e il bene del paese.

C) In vista del conseguimento di fondi necessari per mandare avanti la costosa giostra dello sci alpino e appianare i bilanci, è necessario considerare i tagli statali e istituzionali in atto in ogni campo.

D) senza entrare nel dettaglio dei 350 impianti chiusi (di cui 180 per fallimento) nel nord Italia con relative cicatrici, relitti abbandonati, paesi-fantasma e soldi sciupati (fonte Cipra, Mountain Wilderness), è doveroso considerare che pressoché tutti gli impianti sciistici sono in passivo, compreso il compatto comprensorio del Civetta a cui vorremmo congiungerci. Pure il nostro comprensorio ha concluso con un passivo di 80.000 Euro l’ultimo bilancio. A maggior ragione considerando quanto gli impianti con primaria funzione di collegamento aumentino molto le spese, quanto è lecito credere di migliorare gli utili con altri 7 impianti?

Per fare un esempio, il solo pompaggio dell’acqua da torrenti situati molto più in basso (quale sarebbe il caso del nuovo comprensorio) rappresenta un punto di svantaggio da non trascurare visti i costi che comporterebbe.

E) di accezione contraria alla previsione dello studio di fattibilità sui numeri di passaggi ski-pass nell’ipotetico comprensorio, sono quelli che descrivono (vuoi per ragioni economiche, vuoi per pura tendenza, vuoi per altre) un calo lento ma costante della pratica dello sci alpino; è invece in crescita quello dello sci d’alpinismo, delle ciaspe e del nordic walking (fonte Ciset). Sempre più brevi e fugaci sembrano per giunta essere le vacanze che il turista può concedersi.

F) la mega-cifra di 85 milioni di euro (è un preventivo destinato a salire?) verrà data in prestito senza chiedere particolari “contropartite”, oltre al conguaglio monetario? Cioè capaci di assicurare alla tal società anche una fonte di guadagno stabile, garanzia per il suo futuro economico. Vien da pensare a un villaggio o a grandi alberghi…

G) come si collocano invece nel discorso le molte spese compensative per i vasti terreni regolieri e privati eventualmente utilizzati?

Perché non si sono interpellate le Regole e la popolazione prima di spendere decine di migliaia di euro per uno studio già vagliato in passato? Studi di fattibilità che, si sa, non possono avere “la verità in mano” e il cui confine con aspetti di pura opinabilità e interesse professionale non è così chiaro.

H) come si può affermare in onestà che non ci sarà speculazione edilizia parallelamente a un così grande progetto?! È al contrario quasi scontato che, direttamente o indirettamente, ci sarà un’ingente speculazione edilizia, anzitutto simile a quella che abbiamo ahinoi già sperimentato.

I) il trentennale mutuo potrà davvero essere ripagato dai passaggi ski-pass come mostrano i sorridenti grafici? Ma se coi passaggi degli ski-pass non c’è quasi nessuno che ripiana i bilanci in impianti già avviati…

L) è vero che il maggiore indotto nel paese porterà qualche soldo in più alle attività, ma a che prezzo e con quali rischi? Qui si parla di minimo 3,3 milioni di euro per chilometro di pista offerto all’avventore, danneggiando una enorme fetta di territorio, sancendo una nuova ondata di speculazione edilizia ed esponendo la società impianti a grossi rischi finanziari (si ricorda che il Comune è il socio di maggioranza). Chi fa del turismo “mordi e fuggi” è possibile che lo faccia ugualmente, per sua necessità e libera scelta, che si tratti di una località discreta o del paese dei balocchi.

M) quanto è verosimile l’ipotesi che un domani si chiuda il comprensorio sciistico minore perché fin troppi sono i costi per mantenere aperto quello maggiore, vanificando così gli investimenti fatti su quel versante, e che “dopodomani” paradossalmente si chiuda il grande perché, per il reale afflusso di gente, sarà più sostenibile e vantaggioso tenere solo quello più piccolo?

N) si aggiunga il fatto che nella Val Zoldana i prezzi sono inferiori e che il comprensorio del Civetta possa essere in sè più appetibile dell’eventuale nostro; quest’ultimo infatti, nella sua metà interna, sarebbe una specie di bretella con collegamenti temporalmente lunghi e poco attraenti dal punto di vista della lunghezza, della sciabilità e della logistica.

O) l’entusiasmo che nel progetto vede un radioso avvenire sembra non sufficientemente conscio che l’ipotetica innovazione per il paese non rappresenti in realtà una novità o marcia in più rispetto al circondario. Si magnifica cioè il fatto di assomigliare ai grandi comprensori e di esservi collegati, trascurando la ruvida prospettiva di concorrenza ordinaria nonché di fisiologica distribuzione dei flussi.

Aspetti ambientali

P) rispetto a un investimento di grossa portata in termini di denaro e di tempo come quello in questione, non si possono ignorare i notevoli, rapidi e imprevedibili cambiamenti climatici in atto. Quest’inverno, dopo un paio di abbondanti nevicate iniziali, abbiamo visto periodi talmente freddi che non poteva nevicare, altri in cui è piovuto pesantemente e giorni primaverili a metà gennaio. Ciò tanto più se la locazione del comprensorio è in notevole parte rivolta a sud. Il fatto poi che a partire dal “di qua” dello spartiacque della corona delle Rocchette i pini cembri non crescano (Natura in Valle del Boite, C.M. Valle del Boite, 2009) indica che si possa trattare di un microclima relativamente mite.

Q) anziché basare l’intero discorso sul fatto che la vocazione turistica di San Vito e nella fattispecie dello sci alpino sia l’unica strada perseguibile, nonché visto l’enorme cambiamento dei tempi, sarebbe interessante, politicamente virtuoso ed economicamente saggio incentivare una forte ripresa delle attività agro-silvo-pastorali, con un carattere squisitamente locale in termini di titolarità, impiego di forza-lavoro, filiera e destinazione del prodotto. Un salvagente sicuro, sano, virtuoso, sostenibile, di indubbia co-valenza turistica. Certamente occorrono sforzi, buona volontà e una certa cultura, ma abbiamo esempi vicini confortanti, oltre che un passato che non a caso è stato in auge per secoli.

R) ammesso e non concesso che, come viene detto, l’opera non disturberà più di tanto la fauna (!), che non ci saranno grandi spostamenti di terra (!) e che è un incentivo per l’economia agro-silvo-pastorale*, l’impatto ambientale resterebbe comunque ingentissimo, sia a livello estetico (nonostante cioè il favore di certi rilievi), sia dal punto di vista ambientale generale, sia guardando nello specifico al pregio biologico, cioè alla ricchezza, tipicità e delicatezza di flora e fauna, spesso protette, di tutta l’area Pelmo-Rocchette-Croda da Lago.

Stiamo parlando del deturpamento di un’area altresì incontaminata e preziosissima, nonché inviolabile per molti locali e turisti in termini di valore affettivo-simbolico, estetico-contemplativo e pure storico-culturale.

Boschi pregiati, prati silenziosi, pendii verdi, un habitat immacolato e per questo vitale per tutta la fauna (da non dimenticare l’eccezionale presenza stabile in zona dell’aquila reale, del gallo forcello e la protezione di molte altre specie animali e vegetali).

Dovremmo girare di più il mondo per renderci conto della preziosità rappresentata dall’integrità unita all’ampiezza e alla bellezza di ciò che ancora abbiamo nel territorio.

* [dimenticando che il terreno fertile a quelle quote si forma in migliaia di anni di non-rivoltamenti, che nella neve artificiale c’è un additivo di notevole impatto ambientale, specie sulla flora (studio dell’Università di Torino in collaborazione con il Cemagref), che scioline e altre sostanze finiscono nel terreno, eccetera…].

S) il riconoscimento Unesco, che in questo caso verrebbe toccato sia come area tampone sia come area cuore, sembra non essere tenuto molto in considerazione dal progetto (eccettuando le gigantografie sostituite senza imbarazzo il giorno dopo con quelle promuoventi il nuovo comprensorio fatto in piena zona premiata, con l’ulteriore beffa di utilizzare un’immagine sottolineante la bellezza pura e incontaminata del luogo oggetto delle ipotetiche costruzioni). Viene giustamente detto che non implica vincoli; infatti è una pura questione di responsabilità politica e civica rispetto al valore aggiunto e gratuitamente pubblicizzato in tutto il mondo dall’ente. Si ritiene però forse troppo remota l’eventualità che il pregiato riconoscimento venga tolto, senza per giunta preoccuparsi più di tanto che verrebbe tolto alle Dolomiti tutte e che diventerebbe una medaglia di demerito… Se poi i vicini dolomitici ragionassero e agissero similmente l’infausto dis-conoscimento potrebbe tardare di appena qualche anno ad arrivare. Viene chiuso l’argomento dicendo che a Cortina la mappatura dell’area ha escluso gli impianti a fune e che «quindi perché loro sì e noi no?», tralasciando il semplice fatto che i confini sono stati tracciati dopo la costruzione dei suddetti impianti e che l’Unesco non contempla la possibilità di ridisegnare quelli che furono proposti e sanciti. Quanti beni naturali seriali ci sono nell’elenco mondiale Unesco? Qual è l’incremento del turismo nelle zone Unesco? Che fine stanno facendo le risorse naturali e paesaggistiche di questo pianeta? Che valore intrinseco e derivato avranno col passare del tempo queste zone, oggi peraltro già ZPS e SIC?

T) volendo anche entrare in un’ottica di responsabilità ambientalista civica-globale, l’impronta ecologica che il comprensorio avrebbe (non solo a livello di territorio compromesso e antropizzato, ma anche in termini di emissioni di CO2 tra combustibili fossili, corrente elettrica, materiali, tagli forestali, cementificazione, ecc.) non sarebbe cosa da poco.

Nemmeno esaminando gli obblighi generali pattuiti nella Convenzione delle Alpi (sottoscritta anche da Italia e Comunità Europea) la prospettiva pare motivo di vanto.

U) tralasciando i possibili pronunciamenti delle assemblee regoliere, non sono la proposta e il principio in macroscopica discordanza con lo statuto e gli scopi dell’ente regoliero, rappresentando l’occupazione e lo sfiguramento di un vasto patrimonio naturale e collettivo della comunità?

V) come si pone la questione viabilità rispetto al numero di veicoli previsti (in quei relativamente pochi giorni l’anno) ovvero al faraonico investimento? Oltre alle problematiche legate alla scarsa scorrevolezza della strada statale, come verrà affrontato l’accesso a Geralba, vista la larghezza della strada che scende a fianco del campo da calcio o di quella che attraversa la parte alta della frazione?

Z) in conclusione l’intera proposta, a un giudizio che, al pari di altri, è certamente opinabile, porta con sè molteplici e pesanti aspetti negativi, a differenza di quanto viene presentato con sicurezza dai patrocinanti.

La visione che lo incoraggia sembra parziale e non così lungimirante.

Il progetto purtroppo appare imprevidente, invasivo, compromettente e insostenibile.

Fonti non citate nel testo:

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4 Commenti su Aspetti socio economici

  1. Oscar casanova ha scritto:

    il più sincero apprezzamento per il lavoro svolto, con competenza e senza enfasi, redatto con molto pragmatismo e seriamente documentato. Complimenti da un piemontese ( con 50 anni di appartenenza al CAI), che ama -senza facili sentimentalismi – le vostre montagne, lasciate ( secondo il mio modesto avviso) non tanto in eredità ai proprii figli, ma piuttosto – come tanti valori del patrimonio ambientale – “in prestito” da loro alla nostra generazione.

  2. Francesca Barile ha scritto:

    Complimenti Erik, hai fatto un’analisi attenta, consapevole e completa. Spero che il tuo lavoro induca la classe politica a riflettere sulle tue considerazioni, le uniche – di tutto quelle che ho letto finora – che hanno come unico obiettivo il bene di San Vito in un’ottica ad ampio e lungo raggio.

  3. Agostino Hirschstein ha scritto:

    Intanto complimenti al signor Erik Palatini, che purtroppo non conosco….Credo che il comprensorio Cadore-Cortina-Alto Agordino-Zoldano sia sufficientemente attrezzato per chi vuole usufruire di impianti sciistici; è giusto lasciare al naturale delle aree per coloro che preferiscono un altro tipo di montagna e che vogliono godersela anche in estate; è noto infatti che i lavori per costruire impianti e piste sono devastanti, al punto che non viene più voglia, nella stagione estiva, di frequentare tali siti. (provate ad andare in giugno sul monte Faloria a fare una passeggiata….).
    San Vito di Cadore ha delle grosse potenzialità, proprio perché possiede vaste aree di natura quasi incontaminata, per contrapporre, alle giostre, un turismo ecosostenibile, che nel tempo sarà vincente (in parte San Vito lo ha già dimostrato).
    Mi pare che il vero investimento dovrebbe nascere dal marchio di qualità che ci hanno dato quelli dell’Unesco, per la promozione del quale fino ad ora praticamente non si è fatto nulla.
    Credo inoltre che questo progetto non possa avere comunque successo dal punto di vista economico, in quanto le quote altimetriche (troppo basse ) e l’esposizione (troppo assolata) delle piste porterebbero al fallimento anche finanziario di tutta l’operazione.

  4. Davide Berton ha scritto:

    Non ti conosco, ma certamente anch’io sono orgoglioso di te e di come hai esaminato criticamente il progetto.
    Speriamo però che tutto quello che di interessante e giusto è scritto in questo sito sia letto da chi vuole il carosello

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